Risposta aperta a Marta Ottaviani e altri/e
Cara Marta, la risposta alla tua domanda era abbastanza semplice se non ne sottintendesse una infinità.
Non ho mai avuto ospiti arabi e di iraniani solo esponenti della resistenza iraniana amici miei. Quindi non mi si è mai posto il problema.
Ma la domanda rimane e mi viene ripetuta all’infinito anche da altri. Provo a dare una risposta complessiva.
La “spiegazione” era nella premessa della mia risposta alla cliente: “Sono un democratico convinto e come sostenevo i boicottaggi contro il Sudafrica dell'apartheid ho bisogno di sapere la sua opinione su quello che sta facendo il suo governo.” Mi rendo conto che è un passaggio molto sintetico e che possa essere frainteso, come è stato frainteso, ma mi era impossibile in una risposta breve scrivere tutto quello che adesso scriverò. Provo a svilupparne la logica che lo sottende.
Per esigenza di sintesi mi faccio aiutare da Gemini.
Per quanto alcuni israeliani continuino a negarlo è indubbio che da anni in Israele sia in atto un regime di apartheid. Lo hanno denunciato:
Organizzazioni per i Diritti Umani (ONG)
• B'Tselem (gennaio 2021): È la principale organizzazione israeliana per i diritti umani nei Territori Occupati. È stata tra le prime a pubblicare un rapporto intitolato "Un regime di supremazia ebraica dal fiume Giordano al mar Mediterraneo: questo è apartheid".
• Human Rights Watch (aprile 2021): La Ong internazionale ha pubblicato un corposo rapporto accusando le autorità israeliane di commettere i "crimini contro l'umanità di apartheid e persecuzione".
• Amnesty International (febbraio 2022): Ha esteso l'analisi non solo ai Territori Occupati, ma allo stesso territorio sovrano di Israele, parlando di un sistema globale di segregazione e controllo nei confronti dei palestinesi.
Organismi Internazionali e Giuridici
• I Rapporteur Speciali delle Nazioni Unite: Diversi relatori speciali dell'ONU sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi (tra cui Michael Lynk e Francesca Albanese) hanno concluso nei loro rapporti che la situazione sul campo configura il reato di apartheid.
• La Corte Internazionale di Giustizia (CIG): Nel luglio 2024, la CIG ha emesso un parere consultivo storico sulle conseguenze legali delle politiche di Israele nei Territori Palestinesi Occupati. Pur non usando sempre esplicitamente la parola "apartheid" nel testo principale, la Corte ha stabilito che Israele viola l'Articolo 3 della Convenzione internazionale sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale (CERD), che condanna espressamente la segregazione razziale e l'apartheid. Diversi giudici, nelle loro opinioni separate, hanno esplicitato il termine.
Inoltre leader della lotta contro l'apartheid in Sudafrica, come, a suo tempo, l'arcivescovo Desmond Tutu, hanno ripetutamente dichiarato che le condizioni di vita dei palestinesi in Cisgiordania ricordavano, o in certi casi superavano per durezza, quelle della popolazione nera sotto il regime di Pretoria.
Le motivazioni concrete addotte nei rapporti internazionali si concentrano su diversi pilastri:
• Frammentazione territoriale e demografica: Le Ong e gli esperti Onu descrivono un sistema in cui la popolazione tra il Giordano e il Mediterraneo è divisa in "gabbie" giuridiche e geografiche con diritti decrescenti (cittadini arabi d'Israele, residenti di Gerusalemme Est, residenti della Cisgiordania sotto amministrazione militare, e la popolazione di Gaza).
• Doppio sistema legale in Cisgiordania: In Cisgiordania vige una netta separazione: i coloni israeliani che vivono negli insediamenti sono soggetti alla legge civile e penale israeliana, mentre i palestinesi che vivono negli stessi territori sono sottoposti alla legge marziale e ai tribunali militari.
• Restrizioni alla libertà di movimento: L'uso di checkpoint, strade separate precluse ai palestinesi, il muro di separazione (o barriera di sicurezza) e il sistema di permessi militari vengono indicati come strumenti di segregazione fisica.
• Politiche fondiarie e abitative: L'espropriazione di terre palestinesi per l'espansione degli insediamenti, la demolizione di case e la quasi impossibilità per i palestinesi di ottenere permessi di costruzione nell'Area C (sotto controllo totale israeliano) vengono visti come parte di una politica volta a massimizzare il controllo della terra a favore di un solo gruppo.
Possiamo aggiungere la recente legge sulla pena di morte per i soli terroristi palestinesi.
A quei tempi, per il Sudafrica, fu la comunità internazionale che si fece carico della situazione.
Nonostante le pesanti accuse di cui si è parlato (inclusi i pareri consultivi della Corte Internazionale di Giustizia), non esiste oggi un sistema di sanzioni globali o multilaterali contro Israele paragonabile a quello che colpì il Sudafrica. I motivi sono molteplici e interconnessi:
1. Il potere di veto degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza.
Nel diritto internazionale, le uniche sanzioni giuridicamente vincolanti per tutti gli Stati sono quelle deliberate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Durante l'apartheid, negli anni '80, Stati Uniti e Regno Unito alla fine rinunciarono a proteggere il Sudafrica a causa dell'insostenibilità politica del regime. Nel caso di Israele, gli Stati Uniti considerano il paese il loro principale e più affidabile alleato strategico in Medio Oriente. Washington utilizza sistematicamente il proprio potere di veto al Consiglio di Sicurezza per bloccare qualsiasi risoluzione che imponga sanzioni economiche, embarghi militari o misure punitive contro Tel Aviv. Senza il Consiglio di Sicurezza, non possono esistere sanzioni globali ONU.
2. Il mutato contesto geopolitico (Guerra Fredda vs. Oggi)
Il Sudafrica degli anni '80 perse gran parte del suo valore strategico per l'Occidente verso la fine della Guerra Fredda. Fino ad allora, Washington e Londra avevano tollerato Pretoria in funzione anticomunista (contro le influenze sovietiche in Angola e Mozambico). Quando l'URSS iniziò a vacillare, l'Occidente non ebbe più bisogno di proteggere il regime bianco. Israele, al contrario, è inserito in uno scacchiere mediorientale percepito dall'Occidente come vitale per la stabilità globale, il contrasto al terrorismo internazionale e il contenimento dell'Iran. Di conseguenza, l'allineamento strategico tra Israele e le capitali occidentali (in primis Washington) resta solido, nonostante le frizioni politiche.
3. Interdipendenza economica e tecnologica
L'economia del Sudafrica dell'apartheid era prevalentemente estrattiva (oro, diamanti, minerali) e agricola: un'economia coloniale relativamente facile da colpire e sostituire sui mercati globali. Israele è un'economia avanzatissima e profondamente integrata nel tessuto tecnologico e industriale globale: È un leader mondiale nei settori dell'alta tecnologia (High-Tech), della cybersecurity, dei microchip e delle tecnologie biomediche. Ha un'industria della difesa all'avanguardia. Molti eserciti occidentali acquistano o co-sviluppano sistemi d'arma e di sorveglianza con aziende israeliane. Questo livello di interdipendenza rende l'adozione di sanzioni economiche o tecnologiche estremamente costosa e complessa per gli stessi Stati che dovrebbero imporle.
In poche parole, come sostengo da anni, Israele siamo noi. Siamo noi “Occidente, nord del mondo, democratico e finanziarizzato” verso il resto del mondo che ci circonda.
Per questo, nonostante le affinità col Sudafrica, non riesco ad aderire a politiche di boicottaggio tout court ed ho chiesto l’opinione della cliente sull’operato del governo Netanyahu. Perché la questione è molto più complessa.
Quindi, per rispondere anche a Lior, la mia è l’opposto di “una punizione collettiva”.
Lior mi chiede anche “dove sono le voci di pace da parte araba?”, “e la vergogna del 7 Ottobre?”, “Noi israeliani portiamo dentro un trauma collettivo giustificato”, poi mi accusa di essere parte del movimento per l’emarginazione e l’esclusione degli israeliani dallo spazio pubblico. Infine, conclude “combattiamo per vincere”.
Le voci di pace da parte araba sono state silenziate da Hamas e dal movimento integralista islamico come oggi quelle di pace di parte israeliana sono state silenziate dalla politica genocidiaria (è la prima volta che utilizzo questa parola, dopo tantissime riserve) di Netanyahu. Della vergogna del 7 Ottobre scrivevo anche nel messaggio alla cliente. Atto di guerra orripilante che non ha, ai miei occhi, nessuna attenuante (ma la risposta che ha dato Israele cosa ha di diverso?). Dentro un trauma collettivo giustificato non ci sta solo Israele. E’ una storia lunghissima di traumi e uomini di pace di entrambi i popoli avevano provato a costruire un percorso che portasse al reciproco riconoscimento. E’ qui: https://www.unacitta.it/it/catalogo-libri/libro/11-la-storia-dellaltro
Era il 2003. Ormai è sepolto sotto tonnellate di macerie, ma il seme per una possibile rinascita resta lì. Ogni idea di vittoria finale (“combattiamo per vincere”) allungherà la catena dei traumi collettivi che giustificheranno nuova violenza.
Tra i tanti commenti ricevuti c’era puntuale anche “allora la Russia?”
Su questo, e su come far finire il conflitto in Ucraina ho scritto qui: https://conversionecologica.blogspot.com/2026/04/proposta-strategica-per-una-risoluzione.html
Credo che l’Europa possa avere le carte in mano per imprimere una svolta di pace al mondo.
Con una iniziativa di questo tipo assumerebbe un’autorità morale che le potrebbe anche far svolgere un ruolo di primo piano sul conflitto israelopalestinese.
Ma occorre mettere il Diritto Internazionale, la Pace e la Vita ben al di sopra della speculazione finanziaria. Se l’Europa pensa di difendere “i propri valori” con una politica di riarmo e di guerra quei valori li calpesterà esattamente come ha fatto Israele e con lo stesso esito finale.
Cordiali saluti.
Pietro
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